Tumore al polmone, nuovi dati dal congresso ASCO

In Europa, nel 2020 sono state stimate 477.534 nuove diagnosi di tumore al polmone: nell’85% dei casi si è trattato di un carcinoma polmonare non a piccole cellule.

Tra le mutazioni più comuni del carcinoma polmonare non a piccole cellule quelle del gene codificante per il recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR), un recettore tirosin-chinasico che aiuta le cellule a proliferare e a dividersi.

Le mutazioni più comuni dell’EGFR sono la delezione dell’esone 19 o la mutazione L858R.
Il tasso di sopravvivenza a 5 anni per pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule metastatico e mutazioni dell’EGFR trattati con inibitori di terza generazione della tirosin-chinasi è inferiore al 20%.

I dati presentati ad ASCO 2023

I dati aggiornati dello studio CHRYSALIS sull’efficacia a lungo termine del trattamento con amivantamab in combinazione con lazertinib, hanno mostrato una attività antitumorale duratura come trattamento di prima linea in pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule con mutazione dell’EGFR.
I dati aggiornati sono stati presentati al Congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology – ASCO, in occasione del quale sono stati inoltre presentati anche i dati degli studi CHRYSALIS-2 e PALOMA; il primo ha valutato un regime terapeutico a base di amivantamab in combinazione con lazertinib in assenza di chemioterapia in seconda linea, il secondo la sicurezza della formulazione sottocutanea di amivantamab in monoterapia.

Amivantamab e lazertinib

Amivantamab è un anticorpo bispecifico che ha come target EGFR-MET, completamente umano, con attivazione del sistema immunitario che agisce sulle mutazioni attivanti e di resistenza dell’EGFR e sulle vie di attivazione di MET.
Lazertinib è un inibitore orale, di terza generazione, con penetrazione del sistema nervoso centrale, che colpisce sia la mutazione T790M sia le mutazioni EGFR attivanti, senza interferire con l’EGFR wild type.

Lo studio CHRYSALIS

CHRYSALIS è uno studio di fase I in aperto, multicentrico e primo sull’uomo, volto a valutare la sicurezza, la farmacocinetica e l’efficacia preliminare di amivantamab come monoterapia o in combinazione con lazertinib, in pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule.
Lo studio è stato suddiviso in due parti: escalation della dose di amivantamab in monoterapia e in combinazione; espansione della dose di amivantamab in monoterapia e della dose di combinazione. Lo studio ha arruolato 780 pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato.

La coorte naïve dello studio, attualmente in corso, ha arruolato pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato con mutazione dell’EGFR ex19del o L858R.
Tutti i pazienti hanno ricevuto 1050 mg di amivantamab per via endovenosa (1400 mg se pesavano almeno 80 kg o più) e 240 mg di lazertinib per via orale.
A un follow-up mediano di quasi tre anni (33,6 mesi), la durata mediana della risposta, la sopravvivenza mediana libera da progressione e la sopravvivenza globale non sono state ancora raggiunte.

Il tasso stimato di sopravvivenza libera da progressione era dell’85% dopo un anno, del 65% a due anni e del 51% a tre anni.
La durata più lunga del trattamento è stata di oltre tre anni (37,2 mesi) e la durata mediana della risposta più lunga è stata di quasi tre anni (35,7 mesi).
La sicurezza osservata è stata coerente con le analisi precedenti e non ha evidenziato nuove segnalazioni di sicurezza.
La sospensione, la riduzione delle dosi o l’interruzione del trattamento si sono verificate rispettivamente in 7 pazienti (35%), 8 pazienti (40%) e 1 paziente (5%).

Lo studio CHRYSALIS 2

I pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule avanzato portatori di mutazioni comuni dell’EGFR, tra cui ex19del o L858R, che hanno avuto una progressione della malattia durante o successivamente al trattamento con osimertinib, presentano ancora bisogni clinici non soddisfatti.

Per questa tipologia di pazienti a oggi non esistono infatti terapie mirate e lo standard di cura è rappresentato dalla chemioterapia in doppietta a base di platino.

In occasione del Congresso ASCO, sono stati presentati i dati della coorte D dello studio di fase I/Ib, in aperto, CHRYSALIS-2 che ha come obiettivo la valutazione della sicurezza e della farmacocinetica di lazertinib, in monoterapia o in combinazione con amivantamab.

I dati, in linea con quanto presentato ad ASCO 2021, hanno indicato che l’analisi immunoistochimica – un metodo che consente di determinare il livello di antigeni o marcatori specifici in campioni di tessuto tumorale grazie all’utilizzo di anticorpi – per la mutazione MET, recettore del fattore di crescita degli epatociti, consente di identificare i pazienti che hanno maggiori probabilità di beneficiare del trattamento di combinazione amivantamab-lazertinib.

Tra i pazienti con una sovra-espressione di MET, determinata dall’analisi immunoistochimica, il tasso di risposta è stato del 61%, con una sopravvivenza libera da progressione mediana di 12,2 mesi.
Di contro, quanti presentavano una bassa espressione di MET hanno avuto un tasso di risposta del 14% e una sopravvivenza libera da progressione mediana di 4,2 mesi.

Lo studio fase I PALOMA

Presentati infine anche i risultati dello studio fase I PALOMA, multicentrico, in aperto, che ha inteso valutare la somministrazione sperimentale di amivantamab in formulazione sottocutanea come potenziale trattamento in pazienti con tumore polmonare non a piccole cellule avanzato (n=83).

I risultati hanno mostrato che la somministrazione dell’intera di dose di amivantamab in formulazione sottocutanea nel primo giorno di trattamento può essere effettuata in meno di sette minuti, eliminando la necessità di un dosaggio frazionato a fronte del fatto che l’attuale dose approvata per l’infusione endovenosa viene suddivisa in due giorni con tempi di infusione che vanno dalle 4 alle 6 ore.

Inoltre, con la somministrazione sottocutanea sono state osservate riduzioni significative nell’incidenza e nella gravità delle reazioni correlate all’infusione: 16% [nessuna reazione correlata all’infusione di grado 3 o superiore], rispetto al 67% [2% di reazioni correlate all’infusione di grado 3 o superiore] precedentemente riportato con la somministrazione endovenosa.