Per attrarre i laureandi verso un percorso di specializzazione in Farmacia Ospedaliera le attività di orientamento e di comunicazione sono preziose ma non di per sé sufficienti. Secondo il prof. Giuseppe Cirino dell’Università di Napoli è la professione a dover essere maggiormente valorizzata.
Il professor Giuseppe Cirino è titolare del corso in Farmacologia e Farmacoterapia I presso l’Università Federico II di Napoli dal 2004 e dal 2006 riveste l’incarico di preside della facoltà di Farmacia. È inoltre direttore della Scuola di Specializzazione in Farmacia Ospedaliera. Autore di circa 200 pubblicazioni su riviste internazionali, il prof. Cirino ha una sua personale visione delle metodologie e delle strade percorribili per attirare i giovani verso la specializzazione in Farmacia Ospedaliera.

La tematica, tanto per cominciare, va presa con le proverbiali pinze e inquadrata da più punti di vista. «Parlare dell’attrattività di una Scuola di Specializzazione in Farmacia Ospedaliera non è semplice. Innanzitutto, perché il primo indicatore disponibile, cioè la copertura dei posti messi a concorso, rischia di essere poco rappresentativo. Nel nostro caso, infatti, i posti disponibili sono sempre stati occupati integralmente, con una percentuale di copertura pari al 100%. Questo dato, tuttavia, da solo non consente di misurare realmente l’interesse dei laureati in Farmacia o in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche nei riguardi della Scuola e verso la professione».
Quali indicatori potrebbero, invece, rivelarsi più attendibili e veridici?
Un indicatore più significativo può essere rappresentato, a mio avviso, dal rapporto tra il numero di domande pervenute, o meglio ancora tra il numero dei candidati effettivamente presenti alla prova di ammissione, e i posti disponibili.
Sotto quest’ultimo aspetto, nel corso del tempo abbiamo osservato oscillazioni talvolta importanti: in alcuni anni il rapporto tra i candidati e i posti è stato di circa 1 a 10, mentre in altri momenti si è arrivati anche a rapporti molto più elevati, fino a 1 a 50.
Questo conferma che l’interesse verso la professione esiste, ma è influenzato da diversi fattori. Ovvero: la conoscenza reale del ruolo del farmacista ospedaliero, la percezione degli sbocchi professionali, la sostenibilità economica del percorso e, non da ultimo, la capacità della Scuola di proporre un progetto formativo davvero coerente con l’evoluzione del Ssn.
Quali ritiene siano le caratteristiche ideali del progetto formativo al quale ha accennato?
Le azioni per attrarre i laureandi non possono limitarsi all’orientamento o alla comunicazione. Devono fondarsi su un percorso riconoscibile, aggiornato e professionalizzante, capace di far comprendere che il farmacista ospedaliero non è più soltanto una figura gestionale o amministrativa, ma un professionista sanitario inserito nei processi di cura. Oggi il farmacista ospedaliero è chiamato a contribuire all’appropriatezza terapeutica, alla sicurezza del paziente, alla valutazione dell’innovazione, alla sostenibilità delle scelte terapeutiche e al dialogo multidisciplinare con medici, infermieri e altri professionisti sanitari.
In questa prospettiva, una delle azioni che abbiamo perseguito negli anni è stata quella di avvicinare la didattica alla pratica professionale reale, affidando incarichi di didattica integrativa a colleghi farmacisti ospedalieri. Questa scelta consente di portare direttamente all’interno della Scuola l’esperienza concreta dei servizi farmaceutici ospedalieri e territoriali, dei percorsi assistenziali, delle criticità organizzative e delle competenze richieste al farmacista del Ssn. È, in poche parole, un modo per rendere più evidente agli studenti l’effettiva dimensione clinica, scientifica e organizzativa della professione.
Quali sono i più notevoli punti di forza del percorso formativo, così com’è ora?
Il punto di forza principale del nostro percorso è rappresentato dalla rete formativa. La Scuola si fonda su una rete di Farmacie Ospedaliere, Aziende Sanitarie Locali e strutture convenzionate che consentono allo specializzando di entrare in contatto con contesti professionali diversi e complementari. Anche quando lo studente sceglie un indirizzo più propriamente ospedaliero, riteniamo importante che una parte della sua esperienza pratica venga effettuata anche sul territorio. Questa scelta deriva da una precisa visione della formazione.
La professione si colloca ormai in una dimensione di continuità fra ospedale e territorio: distribuzione diretta, gestione dei farmaci innovativi, presa in carico del paziente cronico o fragile, registri di monitoraggio, percorsi per le malattie rare, transizioni di cura e continuità terapeutica sono ambiti nei quali il farmacista deve possedere una visione complessiva del sistema. Il tirocinio non può, quindi, essere pensato come qualcosa di uniforme e statico, ma deve permettere allo specializzando di attraversare setting diversi, ospedalieri e territoriali, nei quali poter osservare e sperimentare le diverse funzioni del farmacista.
Il percorso formativo presenta ulteriori margini di miglioramento?
A livello nazionale, più che parlare in modo generico di difficoltà da superare, ritengo più corretto parlare di obiettivi formativi da aggiornare e innovare continuamente.
La Farmacia Ospedaliera è una disciplina in rapida trasformazione, perché si colloca al crocevia tra innovazione terapeutica, governo clinico del farmaco, organizzazione sanitaria, sostenibilità economica e ricerca. Di conseguenza, anche il modello di studio deve essere periodicamente rivisto, affinché gli avanzamenti nel campo del farmaco, delle terapie e dei modelli assistenziali siano effettivamente integrati nella formazione teorica e pratica. Un ambito prioritario riguarda i contenuti.
È necessario rafforzare la formazione su farmaci innovativi, biomarcatori, terapie biologiche, malattie rare, medicina personalizzata, terapie avanzate, farmacogenomica, sperimentazione clinica, valutazione dell’appropriatezza e monitoraggio degli esiti. Il farmacista ospedaliero deve cioè evolvere sempre più verso un profilo clinico, ma perché questo possa avvenire in maniera appropriata questi deve possedere competenze solide e aggiornate.
Non basta conoscere il farmaco sul piano regolatorio, logistico o gestionale: occorre comprenderne il posizionamento terapeutico e conoscere i criteri di eleggibilità dei pazienti, i profili di sicurezza, le interazioni, gli aspetti di costo-efficacia e l’impatto organizzativo.
In tema di aggiornamento, quali sono le nuove sfide che il farmacista deve affrontare?
Anche a fronte di quanto già detto, ritengo che il farmacista ospedaliero debba acquisire conoscenze cliniche di base, generali e patologia-specifiche che gli consentano d’interpretare il profilo farmacologico-terapeutico e di interagire in modo qualificato con il personale medico e sanitario. L’obiettivo non è sovrapporre ruoli professionali diversi, ma rafforzare la capacità del farmacista di contribuire, con il suo bagaglio conoscitivo alla sicurezza, all’appropriatezza e alla sostenibilità delle cure. L’innovazione dei contenuti deve riflettersi anche sull’organizzazione del tirocinio. Se cambiano le competenze richieste al farmacista ospedaliero, deve cambiare anche ciò che lo specializzando vede e sperimenta durante la formazione pratica.
Per questo, accanto all’aggiornamento dei programmi teorici, è necessario ampliare e qualificare la rete formativa, includendo strutture e servizi nei quali siano realmente presenti attività avanzate. Penso alla gestione dei farmaci innovativi, ai percorsi oncologici e alle malattie rare e, ancora, alle terapie biologiche, alla galenica clinica, alle Ufa, alla sperimentazione clinica, all’Hta, alla farmacovigilanza, alla gestione del rischio, alla medication review, al deprescribing, al monitoraggio dell’appropriatezza e al governo dei dati.
Resta da sciogliere, per il momento, il nodo delle Borse di studio per i farmacisti ospedalieri.
Il tema delle borse di studio s’inserisce nel quadro descritto più su e deve essere affrontato con equilibrio. Per anni la criticità principale è stata la totale assenza di borse per gli specializzandi in Farmacia Ospedaliera e, più in generale, per gli specializzandi di area sanitaria non medica. Il nuovo quadro normativo ha introdotto finalmente un riconoscimento economico, ma l’importo previsto, pari a 4.773 euro lordi annui, resta estremamente contenuto e difficilmente proporzionato all’impegno richiesto dal percorso.
La questione non è soltanto economica, ma riguarda la coerenza complessiva del sistema formativo. Lo specializzando svolge un percorso quadriennale impegnativo, con attività teoriche, pratiche e professionalizzanti. L’ordinamento nazionale prevede 240 Cfu complessivi, di cui una quota rilevante riservata alle attività professionalizzanti.
Si tratta quindi di una formazione ad alta intensità pratica, svolta in servizi che concorrono concretamente al funzionamento del Ssn. La nuova borsa rappresenta certamente un primo segnale, ma non risolve la distanza rispetto agli specializzandi di area medica. Il farmacista del Ssn ha impegni formativi e responsabilità professionali che, per molti aspetti, sono paragonabili a quelli di altre figure della dirigenza sanitaria. Per questo, un riconoscimento economico quasi simbolico rischia di incidere sull’attrattività della Scuola, sull’equità di accesso e sulla possibilità per i giovani laureati di dedicarsi pienamente alla formazione specialistica. A questa criticità si è aggiunto, nella fase attuativa, un elemento d’incertezza legato allo svolgimento dei concorsi.
Il regolare funzionamento dei bandi è essenziale non solo per le Scuole, ma anche per garantire il ricambio generazionale, programmare i fabbisogni del Ssn e dare risposta alle aspirazioni dei laureati in Farmacia e Ctf che intendono intraprendere questa carriera. Anche dopo lo sblocco delle procedure, resta necessario chiarire in modo tempestivo quanti saranno i posti disponibili per ciascuna Scuola e quante le borse effettivamente assegnate. Il problema non è soltanto l’importo della borsa ma anche la certezza e la stabilità del meccanismo di programmazione.
Partendo da qui, come ritiene debba cambiare l’organizzazione dei tirocini di formazione?
Anche l’organizzazione dei tirocini formativi merita una riflessione di respiro nazionale. È necessario, infatti, garantire standard omogenei, pur nel pieno rispetto delle specificità dei singoli territori e delle diverse reti formative.
Una specializzazione tanto impegnativa, soprattutto in presenza di un sostegno economico ancora limitato, come si è detto, deve poter contare su percorsi pratici ben strutturati, coerenti con gli obiettivi formativi e sostenibili per gli specializzandi. La qualità del tirocinio non dovrebbe, insomma, dipendere in misura eccessiva dalla sede, dalla disponibilità locale delle strutture né, infine, dalle possibilità economiche del singolo studente.
Ritiene che le Scuole debbano esser legate alla soddisfazione dei fabbisogni regionali?
Il tema del rapporto tra Scuole di Specializzazione e fabbisogni regionali deve essere affrontato a mio modo di vedere evitando soluzioni troppo rigide. È certamente importante che la formazione specialistica dialoghi con la programmazione sanitaria e con i bisogni dei singoli territori. Tuttavia, una Scuola di specializzazione non può certamente essere considerata soltanto come uno strumento di risposta immediata a un fabbisogno locale.
Deve mantenere, invece, una sua dimensione culturale, scientifica e professionale ampia, capace di formare farmacisti ospedalieri preparati a operare in contesti diversi. Più ancora che un vincolo territoriale rigido, sarebbe auspicabile una programmazione coordinata, in grado di tenere insieme i fabbisogni regionali, la complessiva qualità della rete formativa, la capacità didattica delle sedi; non ultime le prospettive occupazionali.
Infine, quale futuro prevede per il farmacista ospedaliero e le Scuole di Specializzazione?
Le prospettive di evoluzione della figura del farmacista ospedaliero vanno chiaramente nella direzione di una professionalità sempre più clinica, integrata e multidisciplinare. Il farmacista ospedaliero sarà sempre più coinvolto nella valutazione dell’innovazione, nella gestione dei farmaci ad alto costo, nella personalizzazione delle terapie, nella sicurezza delle cure, nella continuità ospedale-territorio, nella produzione e interpretazione dei dati e nella valutazione dell’appropriatezza prescrittiva. Le nuove sfide formative sono quindi strettamente legate a questa evoluzione.
Occorre formare professionisti capaci di dialogare con il team clinico, comprendere i percorsi terapeutici, contribuire alla gestione dell’innovazione e interpretare il proprio ruolo non solo in termini tecnici, ma anche come parte integrante dei processi assistenziali. La Scuola deve continuare a essere un luogo di formazione specialistica solida, ma anche un laboratorio di innovazione professionale.
L’obiettivo non è esclusivamente formare dei farmacisti competenti nella gestione del farmaco, bensì dei professionisti capaci di assumere un ruolo definito nei percorsi di cura, di contribuire alla qualità dell’assistenza e di partecipare alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. La sfida formativa è proprio questa: rendere il percorso sempre più aderente alla professione che il farmacista ospedaliero è già attualmente chiamato a svolgere e che, nei prossimi anni, richiederà delle competenze ancora più avanzate, più integrate e riconoscibili.



