Diabete tipo 1, terapia basata su cellule secernenti insulina

(foto di Sinisa Maric da Pixabay)

Nel diabete di tipo 1 le cellule delle isole di Langherans, deputate alla produzione di insulina, sono più o meno inattive a causa di difetti genetici: ciò porta alla comparsa della malattia sin dai primi anni di vita o nella prima vita adulta.
I pazienti affetti da questo tipo di diabete sono quindi dipendenti dall’insulina per tutta la vita… a meno di non riuscire a ristabilire la produzione endogena dell’ormone.
Al momento si possono effettuare trapianti di queste cellule, chiamate beta, in forma eterologa, ma la ricerca si sta concentrando per riuscire a produrle in modo differente, così che la terapia sia indipendente dalla presenza o meno di un donatore.

Spiega il prof. Lorenzo Piemonti, direttore del Diabetes Research Institute del San Raffaele di Milano: «le migliori candidate per la produzione di cellule beta sono al momento le cellule staminali umane pluripotenti, che hanno un potenziale illimitato di divisione e differenziazione. Diversi laboratori hanno sviluppato protocolli per la differenziazione delle cellule pluripotenti in cellule beta e un grande sforzo negli ultimi anni si è concentrato sullo sviluppo di prodotti cellulari con un buon profilo di sicurezza, ovvero capacità di non generare tumori, che ne consenta l’applicazione clinica».

Sono sei gli studi clinici attualmente in corso che utilizzano questo genere di cellule beta, con chiari benefici per i pazienti che ne fanno parte.

Riprende il prof. Piemonti: «in particolare proprio quest’anno è stata ottenuta per la prima volta l’insulino-indipendenza nell’uomo. è in corso la sottomissione alle agenzie regolatorie dei Paesi europei, Italia compresa, per le prime sperimentazioni nell’uomo.
Inoltre, sono in fase di valutazione diverse strategie per ridurre o evitare il rigetto immunitario, tra le quali la generazione di cellule staminali pluripotenti universalmente compatibili, perché rese invisibili al sistema immunitario.

Un’altra strategia di affiancamento al trapianto di staminali riguarda lo sviluppo di regimi immunosoppressivi blandi, sufficienti però a evitare il rigetto, il miglioramento dell’incapsulamento/contenimento del prodotto cellulare e la creazione di un’aplobanca di linee GMP di cellule staminali. Certo, una cura definitiva per il diabete ha ancora bisogno di tempo, ma molte novità entusiasmanti ci stanno mostrando un chiaro percorso da seguire».

Nel tempo, si cercherà di riprodurre l’organo pancreas direttamente nell’organismo ricevente partendo dalle stesse cellule staminali pluripotenti umane, con un processo di “ringiovanimento”. Un processo già sperimentato in animale, ma mai in uomo.

«Bisogna essere prudenti naturalmente perché c’è sempre il rischio che, giocando con l’identità delle cellule, possa svilupparsi un tumore. Questo però è un problema del reprogramming in vivo, ma non del trapianto di staminali pluripotenti perché prima del trapianto ne possiamo controllare la stabilità genetica», sottolinea Piemonti.

Presto anche in Italia inizierà la prima sperimentazione su uomo di questi trapianti, che sono destinati a pazienti in cui non si riesce più a controllare il diabete. Esistono poi altre due possibili fonti di cellule beta: una è di origine animale e consiste nelle cellule secernenti insulina del maiale, prese in considerazione perché danno un’insulina molto simile alla nostra; la seconda la cosiddetta ‘complementazione della blastocisti’.

La prima opzione pone la sfida di come evitare un rigetto. La seconda, più futuristica, riguarda il trasferimento di cellule staminali specifiche nella blastocisti di un animale, che crescendo produrrebbe un pancreas pronto per l’asportazione e il trapianto in essere umano. Una vera e propria produzione on demand, come è stata chiamata durante il convegno della Società Italiana di Medicina Interna.

Stefania Somaré

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