Leucemie, il San Raffaele di Milano guida uno studio internazionale: così le cellule tumorali sfuggono al trapianto

Leucemia
(Immagine: Canva)

Un importante passo avanti nella ricerca sulle leucemie acute arriva dall’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, che ha coordinato uno studio internazionale destinato a migliorare la cura dei pazienti sottoposti a trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche.
La ricerca, pubblicata sul Journal of Oncology e guidata dal prof. Luca Vago, responsabile dell’Unità di Immunogenetica, Genomica e Immunobiologia delle Leucemie, coordinatore della Disease Unit Leucemie Acute al Comprehensive Cancer Center dell’Irccs Ospedale San Raffaele e professore associato all’Università Vita-Salute San Raffaele, ha analizzato 533 casi di recidiva di neoplasie ematologiche dopo trapianto, raccolti in 27 centri di 7 Paesi, chiarendo uno dei principali meccanismi con cui le cellule leucemiche riescono a sfuggire al sistema immunitario del donatore.

Il lavoro, frutto della collaborazione tra l’Unità di Immunogenetica, Genomica e Immunobiologia delle Leucemie, l’Unità di Ematologia e Trapianto di Midollo Osseo dell’Irccs Ospedale San Raffaele e il Cussb dell’Università Vita-Salute San Raffaele, apre la strada a una scelta più mirata del donatore e a nuove strategie terapeutiche per ridurre il rischio di recidiva.

Le leucemie acute e la sfida della recidiva dopo trapianto

Le leucemie acute sono tumori del sangue che colpiscono le cellule staminali emopoietiche, responsabili della produzione di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Le forme principali sono la leucemia mieloide acuta (AML), più frequente negli adulti, e la leucemia linfoblastica acuta (ALL), più comune nei bambini.

In Italia vengono diagnosticate ogni anno circa 15.600 nuove leucemie. Nei pazienti ad alto rischio, il trapianto allogenico rappresenta una delle terapie più efficaci perché sostituisce il sistema immunitario del malato con quello di un donatore. Il successo del trattamento dipende anche dall’effetto graft-versus-tumor, grazie al quale le cellule immunitarie del donatore riconoscono e distruggono quelle leucemiche residue.

La recidiva dopo il trapianto, però, continua a essere la principale causa di fallimento della terapia. Negli ultimi anni è emerso che alcune cellule tumorali riescono a diventare “invisibili” al sistema immunitario del donatore.

Il prof. Vago fa riferimento allo studio pubblicato nel 2009 sul New England Journal of Medicine. «Già oltre quindici anni fa avevamo dimostrato come la perdita di specifiche molecole HLA da parte delle cellule leucemiche rappresenti un meccanismo chiave di evasione immunitaria dopo trapianto. Il lavoro di oggi amplia in modo significativo quelle osservazioni, definendo con maggiore precisione la frequenza di questo fenomeno, i contesti in cui si verifica e le implicazioni cliniche per la scelta del donatore e delle terapie nelle recidive».

Perché le cellule leucemiche diventano invisibili e come orientare alla scelta del donatore

Analizzando 533 recidive dopo trapianto allogenico, i ricercatori hanno scoperto che nel 15,6% dei casi le cellule leucemiche perdono specifiche molecole HLA (Human Leukocyte Antigens), fondamentali per essere riconosciute dal sistema immunitario. Senza questi “marcatori”, le cellule tumorali sfuggono all’attacco delle difese immunitarie del donatore e continuano a proliferare.

«Abbiamo chiarito in modo sistematico quanto spesso avviene questa perdita di HLA, in quali condizioni è più probabile e quali sono le conseguenze cliniche – spiega il professor Luca Vago – Si tratta di un vero e proprio meccanismo di evasione immunitaria».

Per trasformare questa scoperta in uno strumento concreto, il team del San Raffaele ha sviluppato un modello informatico capace di stimare il rischio di perdita delle molecole HLA sulla base delle caratteristiche genetiche di paziente e donatore. L’obiettivo è aiutare i centri trapianto a selezionare il donatore più adatto e a individuare in anticipo i pazienti più esposti al rischio di recidiva.

«I nostri dati mostrano che non tutte le incompatibilità tra paziente e donatore hanno lo stesso impatto. Saperle interpretare in modo più preciso ci permette di scegliere il donatore in modo più informato e di anticipare i possibili meccanismi di fuga della malattia. Per lo stesso motivo abbiamo evidenziato che una volta che si verifica la perdita di HLA, alcune terapie comunemente utilizzate diventano inefficaci, mentre altre strategie risultano più promettenti».

Prospettive future

I risultati dello studio rafforzano la prospettiva di una medicina sempre più personalizzata nelle leucemie acute, con strategie che integrano le informazioni immunogenetiche sia nella scelta del donatore sia nella gestione delle eventuali recidive.

«Questo lavoro rappresenta un passo importante verso una medicina più precisa anche nel contesto del trapianto allogenico. Integrare in modo sistematico le informazioni immunogenetiche nella pratica clinica ci permetterà non solo di selezionare in maniera più consapevole il donatore, ma anche di accompagnare ogni paziente con strategie sempre più mirate nel momento più delicato del suo percorso di cura».

«Per chi affronta una leucemia – prosegue il prof. Fabio Ciceri, uno degli autori dello studio e direttore dell’Unità di Ematologia e Trapianto di Midollo Osseo e del Comprehensive Cancer Center dell’Irccs Ospedale San Raffaele, nonché ordinario di Ematologia all’Università Vita-Salute San Raffaele – la possibilità di comprendere meglio i meccanismi della recidiva significa poter offrire non solo nuove opzioni terapeutiche, ma anche maggiore fiducia nel percorso di cura. È in questa direzione che la ricerca deve continuare a muoversi: trasformare conoscenze complesse in strumenti concreti per migliorare la vita dei pazienti».

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