Alzheimer: ricerca clinica, diagnosi precoce e nodo rimborsabilità degli anticorpi anti-amiloide

Tra una ricerca clinica in espansione ma frenata dai ritardi diagnostici e il dibattito sulla rimborsabilità dei nuovi farmaci anti-amiloide, l'accesso equo alle cure rappresenta la principale sfida per l'Alzheimer. Il confronto tra Aifa e le aziende produttrici di lecanemab e donanemab evidenzia l'urgenza di definire percorsi a carico del Ssn per evitare che la disponibilità delle terapie dipenda unicamente dalla capacità reddituale dei singoli.

La ricerca clinica sulle demenze si trova a un punto di svolta storico, come evidenziato dal Rapporto Mondiale 2026 diffuso da Alzheimer’s Disease International e Alzheimer Italia. Sono 158 le possibili terapie attualmente in valutazione all’interno di 192 studi clinici nel mondo, con otto trattamenti in fase III il cui completamento è atteso entro la fine del 2026.

Si tratta di un punto di svolta storico in quanto per la prima volta gli studi aprono alla possibilità a un rallentamento della progressione di malattia. Tuttavia, questo avanzamento rischia di tardare a causa delle criticità nel reclutamento dei partecipanti: per sostenere gli studi attivi occorrono circa 55.000 volontari, ma la severità dei criteri d’inclusione richiede di valutarne almeno 350.000.

Un collo di bottiglia causato principalmente dalla diagnosi tardiva e dalla difficoltà di accesso agli esami specialistici: a livello globale si stima che il 75% delle persone con una forma di demenza non riceva mai una diagnosi formale.
Un dato particolarmente rilevante per l’Italia, dove si contano oggi oltre 1.430.000 persone con demenza (di cui 550-600mila con Alzheimer), destinate a raggiungere quota 2.200.000 entro il 2050.

Il nodo della rimborsabilità e l’accesso equo all’innovazione

In questo contesto si inserisce il nodo cruciale dell’accesso ai nuovi trattamenti che agiscono nelle fasi precoci di malattia. A seguito dell’orientamento negativo espresso dalla Commissione Scientifica ed Economica – CSE, di Aifa, sulla rimborsabilità degli anticorpi anti-amiloide (lecanemab e donanemab), l’Agenzia ha avviato un confronto con le aziende titolari per individuare percorsi di monitoraggio nella pratica clinica dedicati ai pazienti che possono trarne un beneficio significativo.
L’assenza di una copertura pubblica rischia infatti di generare una grave sperequazione sul territorio, riservando i farmaci soltanto a chi può sostenerne il costo privatamente.

Un segnale indubbiamente positivo, «coerente con quanto abbiamo proposto nell’audizione al Consiglio di amministrazione di Aifa dello scorso aprile: un accesso a carico del Ssni di eleggibilità chiari e la raccolta di dati reali» come sottolineato dal segretario generale di Alzheimer Italia, Mario Possenti. Difatti a oggi, l’accesso a questi farmaci è strettamente correlato al reddito, tale per cui solo chi può permetterselo vi accede, mentre chi non ha possibilità rimane escluso.

«Non può essere il reddito a decidere chi accede a una terapia» ha ribadito Possenti, per quindi proseguire: «va però detto con chiarezza che questi farmaci sono indicati per una parte limitata delle persone con Alzheimer in fase iniziale. La grande maggioranza, chi ha l’Alzheimer ma non rientra nei criteri e chi convive con altre forme di demenza, non ne trarrà beneficio.
Per tutte queste persone, e per le loro famiglie, la risposta passa da diagnosi tempestive, Centri per i Disturbi Cognitivi e Demenze adeguati e servizi di supporto sul territorio, che oggi in molte regioni mancano».
È auspicabile in tal senso una stabilizzazione delle risorse in favore di Alzheimer e Demenze attraverso un finanziamento stabile del nuovo Piano 2027-2031, che consenta una programmazione di medio-lungo periodo, per poter fornire risposte adeguate ai pazienti e alle loro famiglie.

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