Dall’università al tirocinio e infine all’impegno professionale quotidiano presso il Policlinico Gemelli di Roma, la carriera di Emilia Laudati ha avuto come filo conduttore la volontà di restare sempre a stretto contatto coi luoghi nei quali si fa e si sperimenta l’innovazione. Questo vale sia nel campo dei farmaci sia in quello dei dispositivi medici, visto che entrambi hanno da sempre suscitato la sua curiosità da un punto di vista scientifico quanto sotto l’aspetto gestionale. Nell’intervista che segue, Emilia Laudati racconta la sua esperienza alla nostra rivista.

Quali motivazioni l’hanno portata a scegliere questo percorso?
In primo luogo, credo sia stato determinante l’interesse che da sempre ho nutrito nei confronti della relazione fra il farmaco e il paziente. Se ho scelto la specializzazione in Farmacia Ospedaliera è perché desideravo essere direttamente coinvolta tanto nella gestione dei farmaci quanto in quella dei dispositivi medici, all’interno di un contesto clinico. Direi che proprio la possibilità di contribuire in prima persona e attivamente alla cura delle persone, approfondendo da un lato le conoscenze di ordine farmacologico e dall’altro quelle relative ai dispositivi collaborando strettamente con altri professionisti sanitari, è quello che più mi ha motivato e più ha orientato la mia decisione. Ho avuto come auspicavo l’opportunità di fare sperimentazione clinica e nel lavoro di ogni giorno seguo le diverse applicazioni terapeutiche possibili di farmaci già in commercio insieme a quelle dei nuovi farmaci e tecnologie.
Alla nostra categoria è richiesta con frequenza e intensità crescenti la comprensione degli scopi e delle potenzialità dei prodotti, attraverso la ricerca e la sperimentazione. Siamo chiamati a un’ininterrotta evoluzione, che va di pari passo coi progressi della scienza. Si pensi per esempio ai cambiamenti introdotti nella gestione di patologie geniche come la SMA, presso i bambini e gli adulti, dai farmaci di nuova generazione. Semplici sciroppi, sì, ma in grado di permettere ai malati di compiere piccoli gesti che migliorano concretamente la loro qualità di vita.
Quali esperienze, in corso di studi, hanno contribuito a orientarla verso la specializzazione?
Durante il tirocinio ospedaliero, ho avuto l’opportunità di lavorare a stretto contatto con il personale medico e infermieristico, prendendo decisioni critiche sulla gestione dei farmaci e dei dispositivi medici. Queste esperienze dirette, su campo, hanno senz’altro confermato e consolidato la mia passione per la farmacia ospedaliera e la gestione integrata dei farmaci e dei dispositivi medici. Ci posizioniamo per molti versi a metà strada fra l’industria, cioè le aziende sviluppatrici, e i medici. Questi ultimi risultano decisamente attratti dall’innovazione ma spetta in larga parte a noi il compito di indirizzarli verso l’uso ottimale di un farmaco o dispositivo.
A volte, specie nell’ambito dei dispositivi medici, bastano pochi semplici accorgimenti e l’analisi dettagliata di costi e benefici per orientare le scelte, anche in termini d’investimento. Ecco perché le competenze gestionali, che in certa misura esulano dai nostri originari skill accademici, sono preziose. Ci servono per interfacciarci al meglio con il personale clinico e padroneggiarle non è semplice. È una sfida che ci richiede di arricchire di continuo il nostro bagaglio conoscitivo nei vari campi d’interesse.
In quali criticità si imbattono neo-specializzati e specializzandi?
Partendo dai secondi, la difficoltà è data dalla necessità di bilanciare l’apprendimento teorico con le sfide – appunto – della gestione sul campo dei dispositivi medici e dei farmaci, vista la complessità delle decisioni e dall’organizzazione regolamentare di una struttura ospedaliera. I neo-specializzati debbono più che altro sapersi adattare alla vita professionale e alle sue dinamiche specifiche, in un contesto che di fatto è sempre in trasformazione e apre sempre prospettive e orizzonti inediti. Certo, la preparazione garantita dalle Scuole è fondamentale per assicurare l’aggiornamento degli studenti: università e farmacisti dirigenti già operativi devono tutti concorrere alla formazione dei giovani.
Il farmacista ospedaliero non è un puro gestore di magazzini. In ospedale e a maggior ragione nelle fasi di emergenza, penso ai casi di rottura degli stock, si ritrovano le parti esperienziali e formative decisive. Nel quadriennio della specializzazione si agisce a tutto campo, occupandosi di farmaci antiblastici come dei percorsi di dimissione e della gestione successiva dei pazienti con cronicità; oppure ancora del rifornimento dei diversi reparti e, naturalmente, della sperimentazione dei dispositivi. La mia opinione è che gli specializzandi debbano però necessariamente stare in prima linea, così come in effetti accade, affinché quel che hanno appreso venga a pieno titolo valorizzato. La sanità implica l’assunzione di responsabilità sia nei confronti dei pazienti sia nei confronti delle strutture di appartenenza. Si deve dimostrare competenza in qualità di preparatori, certamente, ma più in generale riuscendo a interpretare le necessità di un ospedale a 360 gradi. Essere autentici manager.



