Progetti di prevenzione cardiovascolare

Prevention Hub, CV Prevital, CV Risk, una Clinical Data Platform: sono i progetti attivi o di prossimo avvio a livello nazionale in Italia per promuovere la prevenzione primaria ed educare la popolazione all’acquisizione di stili di vita più sani.

Le patologie cerebro-cardiovascolari pesano sia sulla salute del singolo sia sul sistema, rappresentando in Italia la prima causa di morte con il 30,9% di tutti i decessi, secondo gli ultimi dati riferiti dall’Istituto Superiore di Sanità, lievemente in calo rispetto agli anni precedenti, grazie a programmi di prevenzione, diagnosi precoce e stili di vita più sani. Importanti anche i numeri dei ricoveri: oltre 390.000 l’anno, di cui circa l’11% attribuibili a infarto e l’8,5% a ictus.

Sono attivi, o di prossimo avvio sul territorio, diversi progetti di prevenzione primaria promossi e finanziati da istituzioni, come il Ministero della Salute in sinergia con la Rete Cardiologica Italiana, e da singole strutture, tra cui gli Irccs Centro Cardiologico Monzino e l’Istituto Auxologico Italiano. Di queste iniziative si è parlato al 3° Forum Monzino della ricerca clinica dedicato a “La prevenzione delle malattie cardiovascolari e metaboliche: Il ruolo delle nuove tecnologie e dei nuovi farmaci”.

National Health Prevention Hub

Potenziare le reti nazionali e regionali per favorire una prevenzione capillare, sviluppare politiche innovative per promuovere stili di vita sani, gestire strategicamente i dati per rispondere in modo tempestivo alle esigenze di salute del territorio, adottare sistemi avanzati di monitoraggio per garantire trasparenza e risultati clinici concreti.

Sono gli obiettivi del Prevention Hub, progetto finanziato con 30 milioni di euro, nell’ambito del Pnrr, all’interno del contenitore del Sistema predittivo, sotto la guida del Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie del Ministero della Salute con una Cabina di Regia che vede la partecipazione sinergica dei 4 Dipartimenti dello stesso Ministero, di Agenas e dell’Istituto Superiore di Sanità.

«Immaginiamo questa realtà», dichiara Giuseppe Gambale, cardiologo, direttore dell’Ufficio 5 del dipartimento di Prevenzione del Ministero della Salute e responsabile del National Health Prevention Hub, «come un portale della prevenzione, una grande casa in cui tutti i professionisti, sia istituzionali (come gli uffici dello stesso Ministero, le Università, le Regioni, i Comuni, gli Irccs e gli Istituti di Ricerca) sia territoriali (in primis i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta), potranno interagire a vari livelli in una relazione di continuità ospedale-territorio.

L’intento del progetto è integrare una mole importante di dati di salute umana, animale e ambientale e dati socioeconomici, con un approccio One Health. Dati e parametri che vanno tutti tenuti in considerazione al fine di attivare politiche sanitarie e di prevenzione efficaci basate su evidenze scientifiche e tali da migliorare l’assistenza primaria e ospedaliera, quindi l’accesso a cure preventive di qualità e la gestione dei servizi sanitari a tutti i cittadini in equo modo».

L’Hub, pertanto, si pone come il primo strumento di data management integrato, all’interno di un più ampio ecosistema di dati sanitari (l’EDS) che, attraverso soluzioni digitali avanzate, ottimizzerà la gestione e l’analisi degli stessi contenuti sanitari che confluiranno in un’unica infrastruttura tecnologica interoperabile. Tali dati saranno specchio del fabbisogno concreto del territorio, utili a costruire azioni ripetibili e valutabili, con evidenze misurabili a breve termine e condivise fra i vari interlocutori del Prevention Hub.

«In quest’ottica sono stati strutturati dei gruppi di lavoro istituzionali, dei focus group con le Regioni finalizzati a promuovere la collaborazione nazionale e internazionale fra tutti gli attori che si (pre)occupano di prevenzione primaria, con al centro alcune tematiche cruciali: cronicità, malattie rare, farmaco resistenza, urban health, formazione e sviluppo di nuove competenze.

Intendiamo generare una rete di eccellenze che raggruppi Irccs, Università e Centri di Ricerca che insieme collaborino per l’implementazione d’iniziative utili alla ricerca clinica, alla comunità e alla sostenibilità del sistema. Il progetto mira a garantire soluzioni innovative e a rendersi attuale in uno scenario prossimo in cui sarà necessario prioritizzare le principali criticità su cui agire in prima istanza e i nuovi bisogni emergenti».

Lo studio CV Prevital

Un progetto titanico di prevenzione cardiovascolare primaria, il più ampio mai realizzato in Italia, reso possibile dall’attiva partecipazione di 14 Irccs della Rete Cardiologica, 11 cooperative di medici di medicina generale del consorzio Co.S, 77 farmacie associate a Federfarma Lombardia e 3 partner tecnologici. In sinergia hanno collaborato ad arruolare nello studio CV Prevital 27.560 italiani.

Lo studio è volto a valutare l’efficacia delle tecnologie digitali (un’app, nello specifico) nel migliorare gli stili di vita nel breve e nel lungo termine, impattando su uno o più degli 8 determinanti di salute cardiovascolare, identificati dall’America Heart Association: dieta corretta, attività fisica regolare, cessazione del fumo, controllo della glicemia, riduzione del peso, di lipidi e dei valori pressorie e ottimizzazione della qualità e quantità del sonno. Tutti fattori implicati nel potenziale rischio cardiovascolare.

«Oltre a tutti questi parametri», spiega Gianfranco Parati, direttore scientifico dell’Irccs Istituto Auxologico di Milano e del dipartimento di Cardiologia e del Laboratorio di Ricerche Cardiologiche dello stesso istituto, «il CV Prevital ha tenuto conto anche dell’ipertensione, oggi considerata il killer silenzioso più importante in ambito cardiovascolare e una piaga altamente diffusa fra la popolazione.

Nel mondo si contano 1,4 miliardi di ipertesi di età compresa tra 30 e 79 anni e di questi solo 320 milioni sono adeguatamente controllati, con ricadute importanti per il sistema. L’ipertensione, infatti, si associa nel tempo allo sviluppo di tachicardia, scompenso cardiaco, ictus, malattie renali, danni vascolari, malattie metaboliche come diabete e dislipidemie e diverse altre patologie».

Studi osservazionali hanno dimostrato il ruolo delle tecnologie digitali nel migliorare diagnosi, aderenza terapeutica, stili e qualità di vita, educazione del paziente all’autogestione della propria patologia, riducendo di conseguenza il rischio cardiovascolare. CV Prevital, studio multicentrico, randomizzato, su larga scala, intende rafforzare con nuove evidenze strutturate e di real world questi risultati.

«I cittadini arruolati, 57% donne e 43% uomini di età superiore a 45 anni sono stati randomizzati in due gruppi: il primo trattato con approcci convenzionali (usual care) e il secondo con un approccio di sanità digitale basato sull’impiego di un’app capace d’inviare al partecipante suggerimenti personalizzati, misurando i risultati di efficacia a 12 mesi e a 7 anni. Tutti i dati provenienti dalle varie fonti (Irccs, Mmg e farmacie) sono stati raccolti in una piattaforma condivisa e integrata».

Tali dati consentiranno quindi la messa a punto di strategie pragmatiche, scalabili e sostenibili e di raccogliere nuove informazioni epidemiologiche sulle malattie cardiovascolari nella popolazione italiana.

«CV Prevital è un esempio di collaborazione organizzata, trasparente ed efficace tra Irccs pubblici e privati della Rete Cardiologica, sotto l’egida del Ministero della Salute, in grado di fornire risposte importanti di salute cardiovascolare, riguardanti ad esempio il differente profilo di rischio di uomini e donne a manifestare patologie cardio e cerebrovascolari, la consapevolezza di essere portatore, oppure no, di una condizione cardiovascolare, quale per esempio l’ipertensione, e di stimare quanti pazienti, che potrebbero beneficiare di trattamenti per specifiche patologie quali diabete o ipertensione, non sono adeguatamente controllati».

«I dati preliminari di CV Prevital», dichiara Damiano Baldassarre, responsabile dell’area di Prevenzione delle Malattie Cardiovascolari dell’Irccs Monzino, «attestano che su un 79% di soggetti ignari di essere ipertesi e/o in terapia per questa causa, il 21% (pari a 1 su 5) risultava iperteso alla profilazione attiva, situazioni analoghe sono state registrate per quasi tutti i fattori di rischio cardiovascolare. Aspetto ancora più preoccupante riguarda il mancato trattamento dei partecipanti: tra gli ipercolesterolemici (33%) solo il 40% era in terapia, mentre il 60% risultava non trattato, al pari di altre patologie lasciate fuori controllo: ipertensione (13%), diabete (22%), disturbi del sonno (98%). Anche i dati sui corretti stili di vita sono poco confortanti. Per esempio, il 65% dei partecipanti non aderisce alla dieta mediterranea, il 61% non pratica adeguata attività fisica, il 54% non mantiene un corretto peso corporeo.

Tuttavia, mettendo insieme i dati di tutti i partecipanti, a prescindere che siano trattati con usual care o app, si osserva una riduzione significativa non solo del rischio cardiovascolare basato sul Moli-Sani Risk Score, ma anche una riduzione di quasi tutte le variabili che compongono questo algoritmo, a eccezione di massa grassa e glicemia. Quasi tutte le variabili sono migliorate sia nel gruppo controllo (usual care) sia nel gruppo trattato (usual care più app) come effetto del semplice screening, mentre l’effetto dell’app è risultato evidente solo per la pressione arteriosa diastolica, per la dieta mediterranea e per alcuni aspetti psico-comportamentali, fra cui il locus of control.

Come atteso, le differenze fra gruppo controllo e gruppo trattato sono relativamente piccole ma, per quanto lievi sul singolo, diventano importanti a livello epidemiologico. Diversi studi e metanalisi mostrano, infatti, che minime variazioni – per esempio, la riduzione di ogni singolo millimetro di mercurio della pressione sistolica – si traducono in un calo dei decessi di circa 10 mila unità per anno.

«In conclusione, CV Prevital è uno studio di real world innovativo in grado di aumentare le conoscenze epidemiologiche delle malattie cardiovascolari nella popolazione italiana e dimostrare come la partecipazione a un programma di prevenzione di sanità digitale, come un’app di facile e diffuso utilizzo, possa contribuire a migliorare il profilo cardiometabolico e lo stile di vita dei cittadini sia dal punto di vista statistico sia clinico».

Lo studio CVRisk-IT

Continuazione morale del CV Prevital, CVRisk-IT è uno studio scientifico randomizzato e controllato di portata nazionale finanziato dal Ministero della Salute. L’ambizioso progetto di prevenzione primaria è la più ampia iniziativa di prevenzione delle malattie cardiovascolari mai realizzata in Italia e intende valutare il rischio vascolare a 10 anni in una popolazione sana di 30 mila persone, di età compresa tra 40 e 80 anni e che non abbiano partecipato ad altri studi.

Nello specifico, stimare in quale misura un’azione di counselling possa contribuire a ridurre l’esposizione ad alcuni fattori di rischio cardiovascolare. Importanti i numeri del progetto: 17 Irccs coinvolti, appartenenti alla Rete Cardiologica, dislocati sull’intero territorio nazionale, con funzione di hub al fine di capillarizzare e ampliare la chiamata al maggior numero di pazienti partecipanti, 30 centri di reclutamento aggiuntivi, con il ruolo di spoke, per un maggiore coinvolgimento anche a livello locale.

Partito nel febbraio 2025, il progetto ha registrato, a oggi, 13 mila manifestazioni d’interesse da parte dei cittadini, raggiungendo allo stato attuale quota di 3 mila arruolati e 2 mila randomizzati. Numeri che si conta di smuovere ulteriormente quando tutti gli spoke saranno partiti con il reclutamento.

«Rispetto al CV Prevital», spiega Lorenzo Menicanti, cardiochirurgo, direttore scientifico dell’Irccs Policlinico San Donato, ospedale del Gruppo San Donato capofila del progetto e presidente della Rete Cardiologica Irccs, «il CVRisk-IT prenderà in considerazione anche altri parametri con l’obiettivo di profilare in maniera estremamente accurata il rischio della popolazione italiana per le malattie cardiovascolari sulla base dello Score2 e Score2-OP, ovvero gli algoritmi specifici definiti dalla Società Europea di Cardiologia (ESC), che stimano il rischio decennale di eventi cardiovascolari fatali e non fatali, come infarto miocardico e ictus, in persone in apparenza sane, fra 40 e 80 anni, con fattori di rischio non trattati o stabili da diversi anni.

Nello specifico, lo studio intende capire se l’integrazione d’informazioni complementari sulla salute (derivanti, per esempio, da immagini radiologiche o dati genetici) aiuti a stimare meglio il rischio che una persona sviluppi una malattia cardiovascolare, in modo da fornire consigli sempre più personalizzati per prevenire queste patologie, offrendo dunque una valutazione del rischio ancora più importante e mirata rispetto agli score noti». Inoltre, lo studio è un’occasione per raccogliere campioni biologici dalle persone che intendono contribuire alla ricerca medica in ambito cardiovascolare.

Tutti i 30 mila partecipanti vengono visitati, sottoposti a prelievo (i cui risultati saranno raccolti in apposite banche dati) per il rilascio di un primo score che consente alla persona di conoscere il proprio rischio cardiovascolare sulla base delle linee guida ESC. Questi soggetti verranno poi seguiti a 5 e 10 anni per conoscere l’evoluzione del loro stato di salute.

Dei 30 mila partecipanti ne verranno randomizzati circa 12 mila, poi suddivisi in 4 sottogruppi: un primo gruppo di controllo, un secondo studiato per dati genetici, in relazione al Polygenic Risk Score, un terzo gruppo studiato con dati d’immagine (eco o Tac coronarica con calcolo del calcio coronarico) e un quarto gruppo studiato con dati d’immagine e dati genetici.

«Grazie agli esami aggiuntivi nel gruppo dei partecipanti randomizzati, sarà possibile calcolare e affinare per ciascuno un nuovo profilo di rischio e l’impostazione di un intervento di counseling per creare una robusta consapevolezza base di ogni tipo di prevenzione.

«Lo studio, complesso, permetterà auspicabilmente di rispondere a open question importanti, per esempio sulla superiorità, in termini di prevenzione del rischio del Polygenic Risk Score rispetto al Calcium Risk Score o alla maggiore efficacia della loro combinazione e, soprattutto, se questo pool di nuove informazioni possano incidere in maniera importante sulla prevenzione».

A oggi i gruppi sono numericamente omogenei e includono 590 pazienti nel gruppo controlli, 500 nei genetici, 507 nell’imaging e 509 nell’imaging + genetica. I primi outcome, attesi a 12 mesi, potranno dare valutazioni preliminari sulla variazione dei fattori di rischio a seguito delle varie tipologie d’intervento, sull’efficacia della prescrizione di farmaci e sull’aderenza terapeutica, sul danno d’organo, con rivalutazione a 5-10 anni. Verosimilmente tali indagini saranno condotte da remoto con il supporto anche di altre istituzioni come Agenas.

Il progetto si avvale di due strumenti tecnologici: una piattaforma informatica, che consentirà di collezionare i dati dei campioni biologici, con predisposizione anche di un consenso granulare che darà la libertà al paziente di dare autorizzazione o meno al trattamento dei dati per diverse finalità e che, con molta probabilità, potrà consentire di superare le attuali difficoltà sullo sfruttamento di dati acquisiti per l’applicazione ad altri studi clinici/scientifici e di una piattaforma digitale, la Mycardio Space.

Quest’ultima è una sorta di fascicolo elettronico che oltre a raccogliere dati e risultati dei test della persona, renderà il paziente parte attiva dello studio, per esempio decidendo se entrare a fare parte di altri studi, oppure no, secondo un ingaggio personalizzato. È prevista la partecipazione al progetto CVRisk-IT di importanti partner.

Il progetto Clinical Data Platform

Costruire una rete che generi un’importante mole di dati scientifici: l’Irccs Monzino intende diventare una Data Driven Company e con questo obiettivo ha sviluppato una Clinical Data Platform, sulla base di un Data Lake di dati clinici, di ricerca e di real world evidence.

«La Clinical Data Platform», chiarisce l’ing. Annarosa Farina, chief information officer e chief data officer del Centro Cardiologico Monzino, «si compone di una serie di oggetti digitali che rappresentano la storia clinica dell’Istituto. A oggi la piattaforma raccoglie i record di circa 700 mila pazienti e milioni di dati di parametri vitali forniti dalle Unità di Terapia Intensiva, Unità di Cardiologia Interventistica Coronarica, Pronto Soccorso, reparti di degenza e dati relativi a ricoveri, verbali d’interventi, operatori e ogni altro oggetto digitale prodotto dalla cura del paziente.

Affinché questi dati possano esprimere valore attraverso l’utilizzo secondario è necessario che, una volta caricati sulla Data Platform con job automatici e previo consenso alla ricerca da parte del paziente, siano sottoposti, con strumenti di intelligenza artificiale, a diverse procedure di data lineage e curation, potendo così costituire la base di reference model.

Le tecnologie adottate sono state di grande aiuto, permettendo di processare soprattutto dati non strutturati (70-80% di quelli ospedalieri), di renderli interrogabili tramite strumenti di structured query language, con logiche totalmente intellegibili, grazie all’explainable IA, xAI, e anche trasparenti in termine di tracking e tracing dell’elaborazione dei dati come da indicazioni regolatorie in materia di gestione dei dati clinici, benché allo stato attuale l’IA Act non ne imponga ancora l’obbligo. Ciò significa che sono tutti dati riproducibili, documentabili e conformi al quadro regolatorio. Dati, dunque, di pronto utilizzo per data manager, clinici, ricercatori con diversi scopi: produrre data product, creare web app, sviluppare analisi, modelli predittivi, studi di fattibilità e così via».

Per esempio, in quest’ottica Monzino ha reso disponibile sulla Clinical Data Platform un cruscotto per l’analisi microbiologica e delle infezioni, che sarà presentato anche in Regione Lombardia come esempio. I dati prodotti quotidianamente dalla cura dei pazienti attraverso l’uso della cartella clinica o altre soluzioni dipartimentali, così come quelli provenienti da altre fonti, tra cui Ecg e/o segnali di varia natura, andranno ad alimentare la banca delle Clinical Data Platform, consentendone l’estrazione per specifiche ricerche e per rispondere a determinate richieste di informazioni.

«Stiamo procedendo anche alla completa digitalizzazione di alcuni processi di cura primari, per esempio di determinati percorsi o di specifiche fonti dati con l’obiettivo di ampliare il data set clinico cardio-metabolico-vascolare della Clinical Data Platform, sempre con record tutti certificati».

Sulla base di questi modelli di dati e delle indicazioni di chirurghi e medici, sfruttando in particolare l’IA generativa, sono stati quindi creati dei foundational model, ossia dei modelli di apprendimento automatico addestrati su enormi quantità di dati e su moltissimi parametri, con uno spettro ben più ampio rispetto ai modelli di dati tradizionali dominio-specifici.

Per esempio, è stato creato un modello per l’anamnesi cardiologica sulla base di 60 mila report, un modello per gli esami di laboratorio, in particolare microbiologici, dove il dataset è particolarmente complesso per via della presenza di triplette e altre variabili non sempre facili da modellizzare, un modello per le terapie precedenti il ricovero, per quelle erogate durante la degenza e infine per quelle alla dimissione.

Si tratta quindi di un valore aggiunto del Monzino, uno dei pochi Irccs in Italia ad avere definito e adottato un reference model molto trasversale del paziente cardiaco.

«Capitalizzando l’esperienza in ambito oncologico, che è stato l’apripista nella creazione di Data Platform di raccolta anche di dati omici, stiamo modellizzando una struttura per poter incrociare, appunto, dati omici con dati clinici e di real world evidence, in modo controllabile e tracciabile.

Inoltre, stiamo creando delle web app per gli studi di ricerca che consentiranno di selezionare all’interno della Data Platform i pazienti con il miglior profilo in relazione ai criteri di inclusione in studi di ricerca, accelerando in tal modo il processo di arruolamento nei trial clinici. Non ultimo, il Monzino metterà a punto un modello di workflow del paziente di Pronto Soccorso.

La soluzione della Clinical Data Platform, oltre ad essere tecnologicamente avanzata e conforme alle norme del Gdpr,sarà la base per definire delle e-Crf (electronic case report form) che superino i limiti tecnologici delle Crf su RedCap (certificazione, sicurezza, popolamento automatico) e anche per rendere disponibile un ambiente di lavoro segmentato per studi multicentrici, in cui tutti i centri partecipanti, attraverso un collegamento a un unico url, possano inserire nella e-Crf della Clinical Data Platform i dati di raccolta degli stessi studi».

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