La passione molla della professione

Mossa da una inesauribile curiosità che l’ha spinta a occuparsi di temi complementari a quelli specifici dell’attività di farmacista ospedaliera, Federica Di Ruocco ama incondizionatamente il suo lavoro ma auspica che in futuro, per specializzandi e neospecializzati, il cammino possa semplificarsi

A illuminare il percorso e ispirare la condotta della giovane farmacista ospedaliera Federica Di Ruocco non sono soltanto le teorie e gli assunti della scienza medica ma anche le riflessioni sulla felicità del grande filosofo tedesco Immanuel Kant. È segno questo della volontà di aprirsi a esperienze molteplici in linea con le esigenze di multidisciplinarità che la professione oggi impone.

Federica Di Ruocco

Anzitutto, quali sono stati gli interessi che più hanno contribuito a indirizzarla in direzione della specializzazione in Farmacia ospedaliera, dottoressa Di Ruocco?

Il percorso di laurea in Farmacia ha istillato in me una grande curiosità e il desiderio di approfondire gli studi e soprattutto quelli riguardanti la chimica farmaceutica, la tecnologia farmaceutica e la farmacologia. Oltre alla voglia di saperne sempre di più, in generale ho sempre trovato molto stimolante – da un punto di vista intellettuale – il confronto in sé e per sé: dunque mi è sempre piaciuto discutere e ragionare con colleghi che studiavano altre professioni sanitarie, su quali potessero essere le ipotesi di trattamento migliori per determinate condizioni patologiche. Tutto questo si è tramutato via via nella voglia di lavorare all’interno di team multidisciplinari e in contesti ospedalieri che mi potessero permettere di applicare le conoscenze chimico-farmacologiche apprese a dei contesti clinici complessi. Si può dire che la personalizzazione della terapia, la valutazione dell’utilizzo di farmaci in off label, la ricerca di nuove strategie di trattamento, di allestimento dei farmaci e non per ultima l’ideazione di nuovi percorsi che potessero migliorare l’esperienza di cura del paziente, sono stati senza dubbio fra gli interessi trainanti per la mia scelta.

Quali esperienze all’interno del suo percorso formativo sono state decisive per orientarla?

Tutte le esperienze che ho compiuto durante il mio percorso di laurea sono state determinanti per farmi comprendere che potevo non fermarmi alla laurea quinquennale: la mia curiosità mi ha sempre condannata, per così dire, allo studio e alla ricerca. Così, quando mi sono laureata a 24 anni conseguendo il titolo con lode e menzione accademica per un progetto di tesi sperimentale riguardante la sintesi di small molecule che modulassero dei target tumorali, mi sono detta che quella dello studio e della ricerca sarebbe stata certamente la mia strada, perché era quella che mi divertiva di più. Una volta uno psicanalista durante una cena mi disse che c’era un solo modo di vivere la vita autenticamente – come avrebbe detto il filosofo Immanuel Kant – ed è un modo che noi umani conosciamo in maniera innata: scegliere, proprio come fanno i bambini, quello che ci rende felici e, semplicemente, non scegliere quello che non ci rende felici.

Decisi di fare mia questa massima e da allora cerco di intraprendere, quando non mi risulta del tutto impossibile, solamente le strade che mi donano piacevolezza. Questo modo di pensare e il continuo studio mi hanno portata a intraprendere percorsi come la collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli Luigi Vanvitelli e in particolare con il Dipartimento di Medicina Sperimentale per un progetto di ricerca che indagava le interazioni farmacologiche dei farmaci della classe ATC B01, con il Centro Nazionale Sangue dell’Istituto Superiore della Sanità per un progetto di ricerca riguardante l’applicazione del Patient Blood Management, e con l’Ordine dei Farmacisti della provincia di Napoli per il quale a oggi partecipo al progetto di volontariato “Un farmaco per tutti”, attivo dal 2015, con l’obiettivo di combattere la povertà sanitaria; infine alla commissione per la formazione assieme ad altri professionisti del settore.

Queste esperienze sono state altamente determinanti per il mio percorso di crescita come professionista sanitario e come essere umano.

Il percorso di uno specializzando e di un neospecializzato può chiaramente presentare più di un ostacolo e più di una difficoltà: nel Suo caso specifico, quali sono stati i più importanti?

Questa domanda mi porta subito alla mente una frase attribuita a Vespasiano e cioè la celebre pecunia non olet. L’imperatore l’aveva pronunciata in seguito alla lite con il figlio Tito, contrariato per la tassa sulla raccolta delle urine – indispensabili alla concia delle pelli – imposta dal padre. Vespasiano intendeva dire che il denaro, pur se nasce da qualcosa di non pregevole natura, è sempre denaro. Ritorno a noi col dire che laurearsi in Farmacia è un grande sforzo, per quanto esaltante sia studiare e conoscere è comunque complicato soprattutto se si è fuorisede, pendolari, si lavora durante gli studi o si vivono situazioni economiche e familiari non propriamente serene.

Conseguita la laurea, superato un concorso per accedere alla Scuola di Specializzazione in Farmacia Ospedaliera – che sarebbe eufemistico definire complicato – da giovane professionista specializzanda, proprio come Vespasiano, avevo voglia di guadagnare. E mentre quegli traeva profitto da qualcosa di deplorevole, io avrei voluto un riconoscimento per il mio encomiabile sforzo e valore. Come è noto, a oggi i farmacisti ospedalieri in formazione non godono di alcun contratto statale analogo a quello dei colleghi medici dei quali condividiamo solo le ore di tirocinio da svolgere e le responsabilità come professionisti sanitari in formazione. I farmacisti specializzandi possono solo sperare nei fondi regionali, che generano un numero di borse di studio bandite da vari Enti che spesso non coprono tutti gli specializzandi e che, soprattutto, sono perlopiù annuali.

Personalmente, una simile situazione mi intristiva e con il passare del tempo la tristezza ha finito per tramutarsi in amarezza. In un animo più incline al risentimento, questa condizione di impotenza potrebbe creare nei confronti delle altre categorie sanitarie un astio tale da portare, guardando al futuro prossimo, a una difficile costruzione in ambito lavorativo del team multidisciplinare indispensabile, invece, per la concezione attuale della visione One Health promossa dal Ministero per la Salute. La prima criticità in cui si imbatte uno specializzando in farmacia ospedaliera è pertanto, a mio personale avviso, questa. Per quanto concerne invece le difficoltà di un farmacista ospedaliero neo-specializzato, direi che la mancanza di testi di preparazione al concorso da dirigente farmacista ne rappresenta certamente un esempio.

Un’ulteriore criticità fra quelle che ho sperimentato coincide la possibilità di trovare lavoro in tempi brevi a seguito della specializzazione: leggevo un’elaborazione di Cittadinanzattiva su dati del Ministero della Salute datati 2020 che riporta, in relazione a una media nazionale di un farmacista ospedaliero ogni 26.182 abitanti, luoghi d’Italia dove addirittura ce n’è uno ogni 264.805 (è il caso della provincia di Reggio Emilia). A fronte di questa mancanza di personale, esiste una penuria oggettiva di concorsi pubblici per acquisire queste indispensabili risorse che ha generato parte delle enormi difficoltà riscontrate durante il periodo pandemico. C’è da tener presente che questi che ho rappresentato sono dati riferiti agli impieghi attuali del farmacista ospedaliero, ovvero alle posizioni aperte nelle farmacie ospedaliere e distrettuali del SSN, senza tener conto di tutti quegli spazi dove sarebbe necessario inserirlo per generare un profitto in termini economici e di salute (farmacista ospedaliero di reparto o farmacista ospedaliero di cliniche private accreditate, per esempio).