Le ferite croniche rappresentano una delle sfide più complesse per i sistemi sanitari: colpiscono tra l’1% e il 2% della popolazione, riducono significativamente la qualità di vita dei pazienti e generano costi ingenti, assorbendo fino al 4% della spesa sanitaria in Europa. Le terapie disponibili, spesso limitate a trattamenti sintomatici, risultano inadeguate nei casi complessi, come le lesioni profonde e irregolari.
Per rispondere a questa criticità è nato InjectHeal, progetto di ricerca europeo finanziato nell’ambito di Horizon Europe con oltre 7 milioni di euro, coordinato dall’Università del Piemonte Orientale e guidato dalla prof.ssa Lia Rimondini. Cuore della ricerca è un innovativo idrogel iniettabile 4D, capace di adattarsi alla morfologia della ferita e rilasciare in modo mirato principi attivi antinfiammatori, antimicrobici e rigenerativi. Un approccio sostenibile e multidisciplinare, che unisce scienza dei materiali, ingegneria biomedica e pratica clinica per offrire una nuova risposta terapeutica a una condizione ancora oggi largamente irrisolta.
Ferite croniche: una sfida ancora aperta
Si definiscono “croniche” quelle ferite che non guariscono entro tre mesi. Una condizione clinica molto impattante, sia per la qualità della vita dei pazienti sia per i costi che generano nei sistemi sanitari che, nei casi più gravi, può portare all’amputazione degli arti inferiori. Secondo l’European Institute of Innovation and Technology for Health, il trattamento di una singola ferita cronica può superare i 6.000 euro.
Un problema tutt’altro che in attenuazione, «l’invecchiamento della popolazione, la diffusione crescente del diabete di tipo 2 e dell’obesità stanno contribuendo a un aumento significativo dell’incidenza», spiega la prof.ssa Lia Rimondini, docente di Scienze Tecniche mediche applicate all’Università del Piemonte Orientale e direttrice del Dipartimento di Scienze della Salute. «A rendere tutto più difficile sono le complicanze: ferite profonde, ramificate, come quelle da decubito, le ulcere diabetiche o le lesioni post chirurgiche, che spesso si accompagnano a infezioni persistenti e infiammazione cronica».

Sul fronte terapeutico, i limiti sono ancora evidenti.
«Oggi si usano perlopiù medicazioni tradizionali – garze, idrocolloidi, idrogel – arricchite talvolta con sostanze antimicrobiche come l’argento o con fattori di crescita», continua la prof.ssa Rimondini. «Questi dispositivi servono a proteggere la ferita, assorbire i liquidi e prevenire infezioni, ma si tratta di approcci sintomatici. Non affrontano le cause profonde del problema: l’infiammazione cronica, che ostacola la rigenerazione, o le infezioni sostenute da biofilm batterici, difficili da contrastare con i metodi attuali».
Una delle criticità maggiori riguarda l’adattabilità del trattamento. Molte di queste ferite presentano infatti geometrie complesse, cavità ramificate e profonde. I materiali disponibili non riescono a raggiungere tutte le aree colpite. Questo comporta il rischio di lasciare zone non trattate, dove l’infezione persiste e la rigenerazione si arresta.
Un idrogel intelligente per ferite complesse
Il cuore tecnologico di InjectHeal è un idrogel iniettabile ad azione multipla, pensato per adattarsi alle lesioni croniche più complesse e innescare attivamente la rigenerazione dei tessuti.
«InjectHeal propone una piattaforma innovativa basata su un gel che, una volta iniettato, si adatta perfettamente alla geometria della ferita, raggiungendo anche i condotti più sottili e difficili da trattare», spiega la prof.ssa Rimondini. «Questo ci consente non solo di proteggere e riempire la cavità, ma soprattutto d’intervenire in modo mirato sui principali ostacoli alla guarigione: infiammazione cronica, infezione batterica e assenza di rigenerazione tissutale».
L’azione dell’idrogel è, infatti, combinata: combatte i biofilm, modula la risposta infiammatoria e stimola il tessuto a rigenerarsi, grazie al rilascio controllato di molecole bioattive. La vera svolta, però, è la natura dinamica del materiale.
«Parliamo di un idrogel 4D, dove la quarta dimensione è il tempo», sottolinea Rimondini. «Si tratta di un materiale tridimensionale capace di modificarsi e attivarsi nel tempo, in risposta a stimoli esterni. All’inizio si presenta in forma liquida, per poi solidificarsi una volta iniettato nella ferita. Questa trasformazione avviene grazie alla presenza di dendroni, molecole polimeriche ramificate che favoriscono la gelificazione all’interno del tessuto lesionato. Ma non è tutto. L’idrogel è anche self-healing. Il materiale si rompe in seguito a stimoli meccanici, favorendo il rilascio delle sostanze bioattive e quindi si ricostituisce nella sua integrità una volta terminato lo stimolo. È quindi possibile con questo materiale iniettare i condotti fistolosi anche i più sottili ed è possibile accelerare il rilascio di principi attivi attraverso un semplice massaggio».



