Farmacogenetica, la sfida del passaporto genetico per un Ssn equo

L'implementazione della medicina di precisione nel Ssn richiede una regia unitaria per superare la frammentazione territoriale. Un’indagine nazionale, pubblicata sullo European Journal of Human Genetics, analizza lo stato dell’arte dei test farmacogenetici in Italia: l’oncologia fa da traino, ma la vera rivoluzione per la sostenibilità del sistema risiede nella prevenzione personalizzata di massa.

L’Italia compie un passo decisivo verso la medicina di precisione con la prima mappatura nazionale della farmacogenetica. Sebbene la ricerca italiana sia ai vertici europei, l’implementazione clinica dei test sconta una carenza di coordinamento sistemico.
In un incontro in Senato promosso dalla sen. Daniela Ternullo in collaborazione con la Società Italiana di Genetica Umana e la Società Italiana di Farmacologia, si sono discussi i risultati di uno studio che fotografa lo stato dell’arte e lancia la sfida del “passaporto genetico preventivo”. Uno strumento per abbattere del 30% le tossicità farmacologiche e garantire la sostenibilità del Ssn.

Una bussola per la farmacogenetica

Il dibattito ha preso le mosse da un progetto di ricerca promosso dal Centro di Riferimento Oncologico di Aviano e condotto in sinergia con Sigu e Sif. L’obiettivo era mappare per la prima volta la diffusione, le tecnologie e le modalità d’accesso ai test farmacogenetici in Italia.

«La farmacogenetica consente di personalizzare le terapie sulla base del profilo genetico del paziente ed è sempre più presente nella pratica clinica italiana – ha spiegato Matteo Floris, professore associato di Genetica Medica all’Università di Cagliari e coordinatore del Gruppo di Lavoro Farmacogenetica di Sigu. In particolare in ambito oncologico. La sua implementazione nel Ssn, però, è disomogenea, con differenze rilevanti tra territori nell’organizzazione dei servizi e nelle modalità d’accesso».

Lo studio, i cui risultati sono pubblicati sullo European Journal of Human Genetics, ha coinvolto 49 laboratori, l’82% dei quali afferenti a strutture pubbliche e Irccs. Ne è emerso che l’Italia possiede le competenze tecniche necessarie, ma la gestione è ancora troppo eterogenea e penalizza l’equità di cura.

Tra le iniziative in progress la piattaforma FarmaNet per costruire un network tra laboratori. L’obiettivo ultimo è istituire un tavolo tecnico interparlamentare necessario a garantire la diffusione e standardizzazione dei test in tutto il Paese.

Dalla reazione alla prevenzione: il passaporto genetico

Le evidenze cliniche non lasciano spazio a dubbi. I dati dello studio europeo Prepare, condotto su circa 7 mila pazienti, mostrano che la personalizzazione della terapia basata su circa 50 varianti (il cosiddetto passaporto genetico) riduce del 30% il rischio di tossicità gravi.

«Dall’analisi emerge come la farmacogenetica è usata soprattutto per supportare la pianificazione o la revisione di specifiche terapie oncologiche – ha chiarito Matteo Curtarello, genetista dell’Istituto Oncologico Veneto Irccs – In particolare, i test sui geni DPYD e UGT1A1, fondamentali per la gestione di farmaci chemioterapici, fluoropirimidine e irinotecano rispettivamente, sono eseguiti nel 94% e nell’84% dei laboratori».

Quello oncologico è un ambito in cui la medicina personalizzata è realtà consolidata, grazie anche a linee guida nazionali e internazionali e a indicazioni regolatorie sempre più chiare. Come quelle di Sigu, ora condivise anche a livello internazionale, e quelle di Sif-Aiom per l’applicazione dei test farmacogenetici in oncologia.
Dallo studio emerge un sistema dinamico, ma privo di un coordinamento nazionale. I laboratori adottano approcci eterogenei in termini di pannelli genetici, tecnologie usate, strumenti bioinformatici e modalità d’interpretazione dei risultati.

Oggi non si tratta più solo di gestire terapie oncologiche ad alto impatto, ma di estendere questa protezione a farmaci di uso comune in aree come cardiologia e psichiatria.
Come sottolineato da Erika Cecchin, responsabile della Struttura di Farmacologia Sperimentale e Clinica del Centro di Riferimento Oncologico Irccs di Aviano, «la genotipizzazione preventiva dovrebbe diventare un corredo permanente del cittadino, consultabile dal medico al momento di ogni nuova prescrizione per evitare tossicità prevedibili».

Gap dell’implementazione

Nonostante le evidenze, la messa a terra organizzativa resta la vera sfida. Stefania Boccia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, direttore del Dipartimento di Scienze della Vita e Sanità Pubblica della facoltà di Medicina, ha presentato un lavoro che fa il punto sull’implementazione dei test farmacogenetici preventivi nell’ambito di un progetto europeo sulla prevenzione personalizzata delle malattie croniche, analizzando i limiti che frenano l’adozione sistematica della farmacogenetica preventiva.

Sono emerse, in particolare, carenze di tipo regolatorio, con assenza di linee guida strutturate sul passaporto farmacogenetico preventivo e disallineamento relativo ad aspetti normativi e raccomandazioni che rallentano il processo implementativo.
Tra le ulteriori criticità riscontrate, il problema dei dati silenti. I risultati dei test genetici spesso non sono integrati nei sistemi informatici clinici. La mancata interoperabilità al point of care rende l’informazione non disponibile al medico nel momento esatto della scelta terapeutica. E ancora, il mancato inserimento dei test nei Lea e l’assenza di codici tariffari dedicati. Forti diseguaglianze infrastrutturali tra Nord e Sud, l’assenza di un sistema nazionale di accreditamento e standard di refertazione.

Il valore imprescindibile della consulenza

L’indagine Sigu-Sif rivela un altro dato critico. Solo il 29% dei centri garantisce un counselling farmacologico operativo.
Marzia Del Re, professoressa di Farmacologia presso la Saint Camillus International University of Health and Medical Sciences di Roma, e Giuseppe Novelli, professore ordinario di Genetica Medica all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, hanno ricordato che il dato genetico non è un verdetto isolato, ma va interpretato alla luce della polifarmacoterapia e delle comorbidità del paziente.

«Il farmacologo clinico è essenziale non solo per interpretare il dato farmacogenetico nei confronti di efficacia/tossicità delle singole terapie, ma anche per integrare la farmacogenetica nelle valutazioni delle interazioni farmacologiche in pazienti politrattati, traducendolo in un’effettiva medicina personalizzata».

Il nodo sostenibilità

Sul fronte economico, il quadro appare più favorevole. Il 73% dei laboratori dichiara che i test sono completamente rimborsati dal Ssn, mentre il 22% riporta copertura parziale. Tuttavia, emergono differenze regionali legate all’organizzazione decentralizzata del sistema sanitario, con gradiente Nord-Sud marcato che trasforma le chance d’accesso a cure personalizzate una variabile dipendente dal cap di residenza.

«Ancora una volta ci troviamo di fronte alla contraddizione di un sistema che può garantire standard elevati, risparmiando ai pazienti inutili sofferenze, ma che non riesce ancora a renderli accessibili in modo uniforme sul territorio nazionale – ha dichiarato l’on. Ilenia Malavasi, capogruppo in Commissione XII Affari Sociali. La medicina personalizzata, e in particolare la farmacogenetica, non può essere opportunità per pochi o legata alla capacità organizzativa delle singole Regioni. È necessario rafforzare il coordinamento nazionale, definire percorsi omogenei e garantire a tutti pari accesso all’innovazione».

Il presidente Aifa Robert Nisticò ha ribadito che investire in medicina di precisione significa generare risparmio strutturale riducendo fallimenti terapeutici e ospedalizzazioni evitabili.
La richiesta dei pazienti, rappresentati da Maria Grazia Cattaneo, membro del direttivo dell’Associazione italiana Malati di Cancro, è stata netta. L’accesso all’appropriatezza della cura fin dall’inizio del percorso non può più essere un’opzione, deve essere un diritto garantito in modo uniforme sul territorio.

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