La nuova generazione di farmaci beta-bloccanti nel management del paziente ricoverato in Terapia Intensiva riduce i tempi di recupero e di ricovero, producendo a livello economico un vantaggio per il servizio sanitario e in particolare per l’ospedale.
I risultati dei più recenti studi scientifici hanno contribuito a redigere un documento di Buone Pratiche Cliniche (BPC) sull'”Utilizzo dei farmaci beta-bloccanti nel paziente critico in Terapia Intensiva”, stilato dalla Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva.
Il caso della fibrillazione atriale postoperatoria
«Il 30% dei pazienti sottoposti a chirurgia cardiaca sviluppa nel postoperatorio una fibrillazione atriale», spiega il dott. Ettore Panascia, direttore del Dipartimento di Anestesia e Rianimazione III dell’AOU Policlinico Rodolico-San Marco di Catania, che per Siaarti è delegato nel gruppo di lavoro Heart Team.
«L’avvento di questa complicanza provoca un allungamento dei tempi di degenza in Terapia Intensiva, comportando un aumento dei costi per l’ospedale, che vanno calcolati intorno ai 1.500 euro al giorno a paziente. Avere a disposizione un farmaco che ci consente di ridurre queste complicanze e dunque i tempi di degenza è anche un indubbio vantaggio economico per il sistema sanitario».
Non è tutto. I beta-bloccanti fino a oggi hanno subito una demonizzazione perché si è sempre, erroneamente, pensato che non si potesse potenzialmente sfruttare il meccanismo d’azione e usarlo nei pazienti con disfunzione cardiaca compromessa, ma oggi grazie ai più recenti studi scientifici sappiamo che non è così.
Efficacia e sicurezza
«Gli anestesisti rianimatori, nei casi di fibrillazione atriale, hanno sempre utilizzato off label l’amiodarone cloridato, farmaco ritenuto più sicuro perché darebbe meno complicanze cardiache. Tuttavia, l’amiodarone non è privo di effetti non desiderati. Si è visto che utilizzandolo in maniera prolungata nel tempo induce fibrosi polmonare e ha un’azione inibitoria sulla tiroide.
Effetti collaterali che fino a poco tempo fa erano sottovalutati, ma adesso stanno emergendo con molta importanza e inducono gli specialisti a optare senza incertezze per landiololo».
I beta-bloccanti di ultima generazione sono oggi fortemente consigliati dalle BPC e gli esperti Siaarti consigliano di scegliere in Terapia Intensiva landiololo (con emivita più breve, pari a 4 minuti), rispetto a esmololo (9 minuti) e con una maggiore cardioselettività β1/β2 (255 vs 33).
Le linee guida ESC internazionali riportano landiololo come unico beta-bloccante con dosaggio dedicato in caso di frazione di eiezione ridotta, dato il profilo cinetico più favorevole (rapido on/off set, basso volume di distribuzione, maggiore cardioselettività) ed è quindi il più idoneo per l’utilizzo in Terapia Intensiva.



