L’elettroagopuntura in oncologia

Quando la chemioterapia diventa difficile da sostenere, la medicina complementare può offrire un supporto fisico e psicologico al paziente oncologico. L’articolo ripercorre l’origine dell’elettroagopuntura secondo Voll (EAV), nata negli anni ‘50 dall’unione tra agopuntura e omeopatia, illustrandone principi, modalità di applicazione e ruolo in ambito oncologico come terapia adiuvante. Particolare attenzione è dedicata ai nosodi, al contributo clinico della dott.ssa Rosanna Lencioni e all’impatto positivo sul benessere psicologico dei pazienti, pur in assenza di studi scientifici controllati

Quando per un paziente oncologico la chemioterapia diventa difficile da sostenere ed è necessario intervallare le cure, la medicina complementare può essere d’aiuto a supporto sia fisico sia psicologico. I primordi di questa metodica hanno avuto origine, quasi per caso, nei primi anni Cinquanta grazie alle intuizioni e allo sviluppo delle ricerche compiute dal medico tedesco Reinhold Voll. A lui si deve il riconoscimento internazionale quale fautore dell’elettroagopuntura in grado di coniugare l’agopuntura all’omeopatia.

«La medicina complementare in oncologia prende le mosse da una metodologia – chiamata elettro-agopuntura – la cui origine si deve al medico internista tedesco Reinhold Voll. Voll arrivò ai primi riscontri oggettivi insieme all’amico ingegnere Fritz Werner nel 1956. E ciò accadde un po’ per caso».

In che modo? Effettuando proprio alcune prove su uno dei primi cerca-punti dell’agopuntura. Nella circostanza in cui Voll pensò di essere su un punto specifico potenzialmente correlato alla prostata – di cui un collega clinico soffriva a causa di una patologia tumorale – si accorse che lo stesso punto di sofferenza, alterato, tornava improvvisamente in equilibrio grazie all’assunzione di alcuni medicinali omeopatici che questa persona stava già prendendo. L’esordio della metodica si deve allora all’unione delle due cose: agopuntura da un lato e omeopatia dall’altro.

In Italia, tra gli specialisti di primo piano, un posto di rilievo spetta a Rosanna Lencioni, membro della Società Internazionale di Elettroagopuntura sec. Voll dal 1983 e specialista in Omotossicologia – Discipline Integrate, Agopuntura e Omeopatia con attività ambulatoriali a Roma e Milano.

L’EAV ha rivoluzionato l’approccio alla medicina complementare

L’elettroagopuntura secondo Voll (EAV) è una tecnica biofisica di misurazione dell’impedenza elettrica di numerosi punti cutanei – derivati dall’agopuntura tradizionale cinese, dagli stessi punti individuati dal dott. Voll, nonché da altri punti, detti di Leber – utile a raccogliere informazioni funzionali sugli organi corrispondenti e poter così impostare diagnosi e terapie.

Voll già a partire dagli anni ‘40, quindi molto prima che si arrivasse ai risultati del 1956, aveva ampiamente dimostrato che i punti dell’agopuntura cinese si differenziavano per la loro resistenza pari a 10.000 ohm rispetto a quella della cute di un essere umano, che invece era di circa 2-4 megaohm.

Predisponendosi alla ricerca, il medico tedesco tracciò una mappa, un atlante, con la scoperta di altri 276 punti e le rispettive corrispondenze con gli organi. Voll ampliò le conoscenze in fatto di punti da sottoporre a misurazione e allo stesso tempo mise a disposizione dei colleghi nuovi meridiani e punti d’attenzione in più di quelli messi a patrimonio dell’agopuntura cinese. Giova in tal senso ricordare i meridiani scoperti da Voll allo scopo di comprendere meglio quale fu il grado di approfondimento dedicato agli studi: meridiani definiti dell’interstizio e di sistema.

L’EAV divenne un supporto che, oltre ad aiutare la diagnosi – aggiungendo informazioni a completamento della clinica – le analisi biochimiche e l’imaging, si rivelò utile nella prevenzione secondaria. Vale a dire, consentì di evidenziare una patologia funzionale prima della sua diagnosi per poi intervenire più celermente.

Le fasi d’esecuzione del test

«Dopo anni dedicati all’approfondimento dell’agopuntura cinese e dell’omeopatia», si legge nella presentazione del secondo volume della dott.ssa Lencioni intitolato “Compendio di Elettroagopuntura secondo Voll” (Guna, 1994), «Voll giunse all’ideazione del metodo, l’elettroagopuntura appunto, che opera una sintesi, oltre che una rielaborazione, delle due discipline.

Voll lavorava da tempo insieme all’ing. Werner per la messa a punto di un’apparecchiatura che rilevasse la presenza di un punto di agopuntura, una sorta di odierno cerca-punti, comunemente utilizzato dagli agopuntori.

«La scoperta di questa metodica avvenne accidentalmente nel corso di una misurazione sperimentale effettuata su un collega affetto da disturbi prostatici. Per puro caso, Voll si accorse che il valore sul punto di misurazione della prostata variava se il collega esaminato reggeva nella mano la terapia omeopatica che stava seguendo per i suoi sintomi prostatici.

Infatti, il valore di misurazione, elevato per la presenza di uno stato infiammatorio dell’organo, tendeva a riportarsi verso la normalità se la misurazione veniva eseguita mettendo il collega esaminato in contatto con la terapia omeopatica più idonea. Questo episodio dette avvio a una nuova disciplina: l’elettroagopuntura secondo Voll».

Tramite un’apposita apparecchiatura si procede alla misurazione dei potenziali di resistenza dei punti di agopuntura, ciascuno dei quali corrisponde a una parte di un organo o funzione metabolica. Per ciascun organo esaminato, il valore di misurazione permette di comprendere se ci si trova in presenza di un equilibrio biologico-energetico oppure se si evidenzia uno stato di alterazione rispettivamente iperenergetico, nel caso di infiammazioni, intossicazioni e allergie, o ipoenergetico, nelle situazioni di infiammazione cronica o di degenerazione.

«In presenza di una di queste condizioni patologiche», scrive ancora nel libro la dott.ssa Lencioni, «si cerca di ristabilire l’equilibrio energetico, mediante la ricerca delle cause che possono averla determinata.

Questo avviene con l’inserimento in una vaschetta posta nel circuito paziente-apparecchio di un opportuno rimedio omeopatico-isoterapico in grado di ricondurre il punto di misurazione all’equilibrio energetico, unitamente a una adeguata scelta dei rimedi omeopatici di accompagnamento.

La procedura consente di determinare le cause dello stato patologico che si vuole trattare e, al tempo stesso, permette di applicare la terapia più indicata per quel paziente, seguendo il principio dell’omeopatia similia similibus curentur, ovvero di curare con piccole dosi della stessa sostanza, che in quantità ponderali causerebbe la malattia».

In sostanza, l’impedenzimetro dell’EAV è tarato sullo schermo con una scala da 1 a 100. L’indice a 50 sta per una corrispondenza di normalità e pertanto non vengono segnalate alterazioni. Mentre la caduta di quest’indice al di sotto del 50 è sintomo di uno stato infiammatorio che comincia a progredire «verso lo stato degenerativo e lì puoi sospettare esista un problema oncologico.

Da qui si utilizzano medicinali omeopatici in accompagnamento. Soprattutto nosodi, ora non già reperibili in Italia ma disponibili ancora nella Repubblica di San Marino, che permettono di curare, come terapia adiuvante, il paziente oncologico».

Il ruolo dei nosodi

«Il nosodo», dice Lencioni, «è in pratica un medicinale omeopatizzato proveniente da neoplasie degli animali che possono corrispondere a quelle diagnosticate negli esseri umani. Si utilizzano unitamente a una terapia d’accompagnamento, molto importante, che è invece di tipo vegetale. L’applicazione in oncologia si fa risalire ai tempi nei quali era attivo Voll in quanto sofferente di una neoplasia all’apparato digerente.

Ha vissuto molti anni curandosi con l’omeopatia. Allora la chemioterapia non era ai livelli attuali. Allo stato attuale la situazione è diversa: nel caso di molti tumori il paziente oncologico, se preso in carico in tempo, può guarire».

«L’idea alla base dei nosodi è affascinante: attingere a un “frammento di malattia”, spesso la più aggressiva, per riuscire a mettere a punto un rimedio efficace, capace di dare sollievo. Si potrebbe definire l’approccio come una rivincita sulla patologia, basata sul paradosso terapeutico per cui “dal peggio può nascere il meglio».

L’efficacia di simile intuizione trova conferma nella pratica clinica quotidiana. Basta osservare i risultati ottenuti con l’uso di nosodi storici come psorinum, medorrhinum e tubercolinum per rendersene conto. In molti casi, dove altri rimedi non arrivano, l’omeopatia riesce sfruttando queste preparazioni.

Definizione e classificazione dei nosodi

Sebbene nel tempo siano stati chiamati anche bioterapici, il termine originale nosode – coniato da Constantino Hering nel 1832 – rimane il più utilizzato. In sintesi, i nosodi sono preparazioni ottenute da materiali biologici patologici o dai prodotti del loro metabolismo. La loro varietà è molto vasta: si va dai tessuti e dagli organi malati alle secrezioni patologiche, agli agenti microbici e tossine comprendendo altresì virus, muffe e funghi, parassiti e materia organica: es. Taenia solium, Pyrogenium (materia organica settica).

Oggi il ruolo dei nosodi è più centrale che mai. Il medico omeopata non si confronta quasi più con la sola patologia, ma con pazienti dai quadri clinici stratificati e molto complessi. In questi scenari, il nosode diventa una risorsa. Nonostante la loro importanza, i nosodi non hanno tuttavia ricevuto lo stesso livello di approfondimento accademico di altre risorse terapeutiche.

L’arruolamento dei pazienti

«Non esistono liste d’attesa. Sono gli stessi pazienti», aggiunge Lencioni, «che chiedono di poter accedere a queste cure. Evidentemente qui ha un ruolo fondamentale il passaparola: una volta saputo di questa opportunità, si rivolgono a noi. Nessuno è obbligato.

Come non esiste una selezione a priori dei soggetti. Trattandosi di una terapia adiuvante, possiamo aggiungere come informazione di completamento che quando altri oncologi vengono a conoscenza del fatto che il paziente si sta sottoponendo anche a questa terapia, considerati i risultati invitano essi stessi a proseguire. E ciò perché non riescono a non interrompere la chemioterapia e spesso parliamo di chemioterapie piuttosto pesanti per tutto il ciclo.

Arrivati su un ciclo di dieci alla settima di solito i pazienti non riescono ad andare avanti, devono fermarsi. Per loro arriva cioè il momento di attivare degli intervalli di cura. Questo aspetto in oncologia è noto».

Si è notata una maggiore percentuale di guarigione in chi si avvicina alla terapia adiuvante? «È piuttosto difficile dirlo. Dovremmo attivare controlli di altra natura, non ambulatoriali; controlli a doppio cieco. Ripeto, se volessimo condurre un’indagine scientifica, dovremmo introdurre un’analisi a doppio cieco. In un ambulatorio è impensabile. Nessuno ha mai fatto dei lavori in tal senso».

Influenza sul quadro psicologico dei pazienti

«Possono disporre di un supporto con farmaci omeopatici. Farmaci che possono aiutare/sostenere in momenti di crisi psicologica, quando si presenta. Certo, non tutti reagiscono allo stesso modo. Variano a seconda della tipologia e della sintomatologia».

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