Lo studio multicentrico di fase III CheckMate 238, presentato al congresso Esmo 2025 e pubblicato sul New England Journal of Medicine, fornisce il follow-up a dieci anni più esteso mai raccolto per un inibitore del checkpoint immunitario somministrato dopo chirurgia del melanoma resecato ad alto rischio.
La ricerca, coordinata dal prof. Paolo Ascierto, ha arruolato 906 pazienti divisi in due gruppi: uno trattato con il nivolumab (anti-PD-1) e l’altro con ipilimumab.
Il nivolumab ha mostrato un vantaggio duraturo su più endpoint:
- sopravvivenza libera da recidiva (RFS) a dieci anni: 44% vs 37%
- sopravvivenza libera da metastasi a distanza: 54% vs 48%
- progressione alla seconda linea: 55% vs 47%.
La sopravvivenza globale è invece risultata simile, 69% vs 65%, anche se gli indicatori di controllo della malattia restano favorevoli al nivolumab.
Il ruolo dell’orologio biologico
Un’analisi post-hoc ha evidenziato un dato inatteso: l’immunoterapia risulta più efficace se somministrata al mattino, prima delle ore 13. La RFS a dieci anni è stata del 44% nei pazienti trattati al mattino, rispetto al 38% di coloro trattati nel pomeriggio.
La differenza si fa ancor più marcata tra i pazienti trattati solo con ipilimumab (43% vs 34%). Inoltre, la somministrazione pomeridiana è stata associata a una maggior frequenza di eventi avversi. I risultati indicano quindi che il ritmo circadiano influisce considerevolmente sia sull’efficacia che sulla tollerabilità dell’immunoterapia, aprendo la strada allo sviluppo di strategie di trattamento cronobiologiche al fine di migliorare gli esiti nei pazienti con melanoma ad alto rischio.



