Abbassare colesterolo LDL riduce il rischio di reinfarto e genera risparmi per il SSN

Agire in modo tempestivo e intensivo per abbassare il colesterolo LDL dopo un infarto può ridurre di quattro volte il rischio di un secondo evento cardiovascolare nel primo anno, il periodo più critico per le recidive. Questa strategia può generare, inoltre, un risparmio fino a 34 milioni di euro annui per il SSN.

È quanto emerge da uno studio coordinato dal prof. Giuseppe Patti, direttore della UO di Cardiologia dell’Ospedale Maggiore della Carità di Novara, e dal prof. Davide Croce, dell’Università LIUC di Castellanza. La ricerca, pubblicata dal Centro di Ricerca in Economia e Management in Sanità (CREMS) e dall’Ospedale Maggiore di Novara, analizza l’impatto clinico ed economico dell’approccio strike early, strike strong nella gestione dei pazienti post infarto.

Dati dello studio Fast-Note

Lo studio si basa sui dati reali di 500 pazienti seguiti presso l’Ospedale Maggiore della Carità, hub di riferimento per la cardiologia interventistica del Piemonte orientale, nell’ambito dello studio Fast-Note. I ricercatori hanno confrontato in tre periodi (2019, 2021 e 2023) due strategie terapeutiche: intensificazione graduale della terapia ipolipemizzante e approccio precoce e mirato già durante il ricovero.

Nei primi anni, caratterizzati da un modello terapeutico tradizionale con target di LDL via via più stringenti (da meno di 70 a meno di 55 mg/dL), i risultati sono stati limitati: il rischio di un nuovo evento cardiovascolare si è ridotto poco, passando da 12% a 11% nel 2021.

Il cambiamento è arrivato nel 2023 con l’introduzione di un protocollo di trattamento intensivo, precoce e personalizzato già durante la degenza. «Abbiamo introdotto un algoritmo clinico che consente d’intensificare il trattamento fin dalla fase ospedaliera», spiega il prof. Patti, autore dello studio Fast-Note.
«Con l’approccio strike early, strike strong abbiamo osservato una riduzione significativa degli eventi cardiovascolari nei pazienti a più alto rischio, passando da 12,12% a 3,28% nell’arco di un anno».

Il ruolo degli anticorpi monoclonali anti-PCSK9

Determinante, in questo contesto, è stato l’impiego tempestivo degli anticorpi monoclonali anti-PCSK9 nei pazienti a rischio cardiovascolare molto elevato. L’uso precoce di queste terapie ha aumentato di otto volte la probabilità di raggiungere il target di colesterolo LDL inferiore a 55 mg/dL, riducendo di quattro volte il rischio di reinfarto.

Benefici anche per il SSN

La riduzione di reinfarti e complicanze comporta meno ricoveri urgenti, meno interventi invasivi e minore pressione sui reparti ad alta intensità di cura, a vantaggio del SSN.

«L’adozione precoce degli anticorpi monoclonali anti-PCSK9 nei pazienti più a rischio ha determinato riduzione evidente degli eventi più gravi e dei ricoveri», sottolinea il prof. Croce. «Abbiamo registrato il 38% in meno di giornate in Terapia Intensiva e il 42% in meno in Unità Coronarica. Su scala nazionale questo approccio si traduce in un risparmio complessivo stimato di circa 34 milioni di euro».

L’analisi economica conferma, altresì, che la strategia è costo-efficace e sostenibile per il SSN.
Lo studio riporta, infatti, un valore di ICER tra 27.282 e 32.111 euro annui, ben sotto la soglia di sostenibilità di 40.000 euro generalmente adottata nel sistema italiano.

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