Tumore dell’ovaio, servono più test genetici

«Occorre rendere disponibile per tutte le donne con tumore dell’ovaio, oltre al test Brca, anche il test Hrd, attualmente presente in pochi centri e non rimborsato dal sistema pubblico. Solo così sarà possibile identificare tempestivamente le pazienti che possono beneficiare di un trattamento in grado di controllare la malattia a lungo termine, ritardando la ricaduta e garantendo una buona qualità di vita».

È l’appello lanciato da Nicoletta Colombo, direttore del Programma di Ginecologia oncologica dell’Istituto europeo di oncologia e professore associato di Ginecologia e ostetricia all’Università di Milano-Bicocca, in occasione del World ovarian cancer day, celebrato l’8 maggio.

Terapie mirate in base al profilo genetico

Per comprendere l’importanza della richiesta e le sue implicazioni, occorre ripercorrere brevemente la strada delle nuove terapie mirate rese di recente disponibili contro il carcinoma dell’ovaio.

Tutto inizia nel dicembre 2020, quando l’agenzia regolatoria italiana approva olaparib, il capostipite della classe dei parp-inibitori, per il trattamento di mantenimento delle pazienti con tumore ovarico con mutazione di Brca, dopo chemioterapia standard a base di platino.

Un passo avanti viene poi compiuto nel dicembre 2021, quando viene reso disponibile nel nostro Paese niraparib, un nuovo parp-inibitore, come terapia di mantenimento per tutte le pazienti con malattia ad alto rischio (inoperabili, al quarto stadio o con residuo tumorale dopo l’intervento chirurgico), indipendentemente dalla presenza della mutazione. Ciò ha significato poter estendere il trattamento a un numero molto più elevato di donne.

A fine marzo 2022 un ulteriore passo. L’ente regolatorio nazionale autorizza la combinazione di olaparib e di bevacizumab, un anticorpo monoclonale con effetto antiangiogenico, come terapia di mantenimento di prima linea dopo la chemioterapia nelle pazienti in stadio avanzato che risultano positive al test Hrd, un esame genomico in grado di rilevare il deficit di ricombinazione omologa (Homologous recombination deficit), un difetto per cui le cellule sono incapaci di riparare il danno del Dna che è all’origine della neoplasia.

Risultati positivi con olaparib e bevacizumab

L’approvazione è avvenuta sulla base dei risultati dello studio di fase 3 Paola I, pubblicato sul New England Journal of Medicine. In particolare, l’associazione delle due molecole ha ridotto del 67% il rischio di progressione della malattia o morte.

Inoltre, i dati ottenuti con un follow-up a 36 mesi hanno mostrato anche un miglioramento dei tempi di recidiva, con una mediana di 50,3 mesi, rispetto ai 35,3 mesi con il solo bevacizumab.

La professoressa Colombo, coautrice dello studio, ribadisce che «le alterazioni dei geni Brca rappresentano solo una parte delle mutazioni genetiche che predicono la sensibilità ai parp-inibitori. È perciò necessario diffondere il test Hrd, che può identificare altre anomalie-bersaglio per questi farmaci.

Al momento l’azienda che ha identificato e validato il test detiene il monopolio, ma la ricerca accademica internazionale sta lavorando per mettere a punto un test non commerciale.
Bisogna accelerare i tempi degli studi e dei regolamenti, pensando alle migliaia di donne che potrebbero essere curate meglio fin da subito e avere una speranza in più».

Paola Arosio

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